Non fu homo de gran dotta sapienza
ma fe’ grandi opere con impegno
e del superbo fu sua la cadenza,
sbagliando il lavoro con l’ingegno.
In gran ossequio fra i suoi masti
rapido salì la scala sociale
e delle teste altrui fe’ fieri pasti
ruttando poi a guisa di maiale.
La ragion poi lo abbandonò,
quando il duca, il re e il vassallo
a singolar tenzone certo sfidò
e finì solo, pesto e sanza cavallo.
Pieno di nobili e onesti ideali
volle del ratto chieder conto
ma in testa prese pieni pitali
e infin fe’ la faccia da tonto.
Ma possiamo noi poeri cantori
addimandare a te con molto tatto:
dimentichi quando eri con tal signori
a goder e mangiar a ventre piatto,
pisciando sdegnato sugli umani
che trattavi come poeri cani ?
Come gatta in calore strusci i muri
pigoli come pulcino infradiciato
ma chi vuoi che di te si curi ?
Hai perso! Ma non sarai sacrificato !
La tua bocca chiusa ha sapore amaro
ma riempirà la tua magione di denaro.
Delenda urbe
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